04 Marzo 2024

4. San Marco la Catola

San Marco la Catola è un Comune in provincia di Foggia che deve il suo nome a San Marco Evangelista e al Torrente Catola.
Il paese si caratterizza per le sue strade, strette viuzze come i “c’nant”, vicoli in discesa composti da gradoni che permettono di passare comodamente da una strada all’altra.
Il cuore più antico del borgo si è sviluppato intorno a quello che viene impropriamente chiamato “castello”: si tratta in realtà di un palazzo ducale risalente al XIV secolo.

Da visitare: il Santuario Madonna di Giosafat e il Convento dei Frati Minori Cappuccini che vennero costruiti nel XV secolo dai frati cappuccini; la Chiesa Madre; il Palazzo Ducale, risalente al XIV secolo e che fino al 1821 fu di proprietà della famiglia Pignatelli.
Tra le attrazioni naturalistiche, il Bosco di San Cristoforo, il Torrente Catola e il Lago di Occhito.
Tra le specialità gastronomiche locali, vi sono i “c’catill” col sugo di cotechino, ma anche il pane cotto con misto di verdure e lo spezzatino di agnello e cicoria. Tra i dolci, invece, il “cauzun”, un dolce ripieno di pasta di ceci, e il “ranatill”, quest’ultimo invece ripieno di riso e ricotta.


San Marco La Catola - Descrizione di Dina Cilfone
Su una collina de Subappennino Dauno dalla quale si domina anche la diga di Occhito San Marco la Catola in provincia di Foggia è un paese immerso nel verde, allo snodo di tre regioni essendo uno degli ultimi paesi del Nord-ovest della Puglia confinante con il Molise e la Campania; i suoi 683 metri di altitudine (10imo paese più alto della Puglia) lo rendono un paese con viste spettacolari, aria salubre e un clima mite e gradevole tutto l'anno.

A San Marco la Catola è presente un Convento dei Frati Minori Cappuccini del XV secolo nel quale al suo interno dimorò prima per un anno, dal 1905 al 1906, e poi per un mese nel 1918 Padre Pio da Pietrelcina. All'interno del Convento è possibile visitare la cella in cui Padre Pio ha dimorato, le sue reliquie, le sue scritture e i meravigliosi luoghi interni nel quale Padre Pio pregava e passava le sue giornate.

Nella parte più alta del paese sorge il Palazzo Ducale, palazzo risalente al XIV secolo costruito dalla famiglia Pignatelli che ne fu proprietaria fino al 1821. Da allora, fino a 5 anni fa, il Palazzo Ducale ha vissuto molte vicissitudini ed è stato lasciato in uno stato di totale degrado. Ora il Palazzo Ducale è in ristrutturazione e grazie alla Biblioteca di Comunità dei Monti Dauni creata al suo interno già mostra segni di una vita che negli ultimi due secoli aveva dimenticato completamente. Metà complesso è visitabile e fruibile a tutta la comunità per eventi e convegni di ogni sorta fattibili al suo interno (presentazione di libri, proiezioni cinematografiche, raduno di lettori, convegni istituzionali, matrimoni...), l'altra metà è ancora un cantiere che si appresterà a diventare un albergo-ristorante di lusso (e secondo una mia opinione con lo spazio a disposizione potrebbero creare una SPA ).


Una peculiarità solo Sammarchese è sicuramente la Giostra della Jaletta; Il 20 Agosto di ogni anno, il giorno dopo la festa patronale di San Liberato Martire ,ai piedi del Palazzo Ducale, si svolge una Giostra equestre che risale ai tempi del Medioevo, quando allora il Duca Pignatelli si affacciava dal suo balcone e godeva dello spettacolo che i cavalieri ( nel Medioevo si cavalcavano muli e caproni, oggi si fa solo a cavallo) gli offrivano intrattenimento cercando di centrare la Jaletta, e in cambio del loro centro offriva loro avanzi del suo pranzo.
La Giostra della Jaletta (“U Jòc da Jalètt” in Sammarchese) è un torneo equestre medievale che ruota attorno ad una tinozza di legno a doghe con al di sotto una fessura ad anello: la Jaletta appunto. Per l'occasione si affrontano 4 cavalieri per ogni rione (per un totale di 7 rioni) nel tentativo di infilare la verga ( “a vérja” in dialetto Sammarchese) nella fessura posta sotto la Jaletta, che, riempita d'acqua è appesa ad una fune tra due balconi. Ogni volta che un cavaliere, nel tentativo di infilare la verga nella Jaletta, si rovescia addosso il secchio pieno d'acqua, si scatena l'ilarità del pubblico e delle tifoserie; quando invece riesce nell'impresa, riceve dei premi ed un punteggio a seconda dell'andatura del cavallo: 5 punti per il galoppo, 3 punti per il trotto, 1 punto per il passo. Il punteggio viene assegnato da una giuria tecnica composta da un numero variabile di componenti. Alla fine della Giostra risulterà vincitore il rione che avrà totalizzato il maggior numero di punti. Un annunciatore dirige le movenze della gara e le commenta in dialetto, appellando i cavalieri con i loro soprannomi e prendendo in giro quelli più maldestri. Il torneo si svolge nel pomeriggio, ma già dalla mattina il paese si anima con una sfilata di tutte le squadre a cavallo. Le squadre, oltre ai 4 cavalieri, sono composte anche da un capo-squadra, che ha il compito di rappresentare la squadra presso la giuria, e una damigella in rappresentanza del rione.

Video della Giostra della Jaletta: https://youtu.be/VHv96LYk17g
Alcune immagini del paese
Santuario della Madonna di Josafat e Convento dei Frati Minori Cappuccini
La chiesa di Santa Maria di Giosafat risale al XIV secolo. Il marchese Gianbattista Pignatelli, padrone del paese, nel 1585 chiamati i Cappuccini, costruì per essi il convento in un luogo dove vi era una modesta cappella dedicata a S.Lorenzo. I Frati Minori Cappuccini costruirono il convento che col tempo ha "assorbito" la preesistente chiesa della Madonna di Giosafat, della quale si conserva la scultura in legno.
Padre Pio dimorò in questo convento più di una volta. Nel 1905-1906, al termine degli studi ginnasiali e nel 1918 (aprile-maggio). Qui incontra P.Benedetto da S.Marco in Lamis che diventa suo direttore spirituale sino al 1922.
Un po' di storia del Convento
Un miglio circa lontano da S. Marco, sulla cima di un colle alto m. 520 s.l.m. Si sviluppa, fin dalla nascita del paese, una Cappella dedicata alla Madonna Josafat. L’Abbazia (con piazzale antistante) ove dal 1777 s’erge una ferrea croce su una quadrangolare base di pietra, ed il terreno retrostante (mq 7170) erano intestati al Signor Ercole Pignatelli che ne godeva le rendite.
Nel 1585 il Marchese Giambattista Gaetano, padrone in quel tempo di S. Marco, per tenere aperta la chiesetta e permettere la devozione alla miracolosa Madonna chiamò i cappuccini per tale ufficio. Il Mons. Asti, Vescovo di Volturara (Simone Mayolo) diede il consenso e questi vennero a S. Marco. Nello stesso anno, a spesa e cura del Gaetano, sotto la dichiarazione di Padre Domenico da Termoli, venne edificato il Convento, attaccato alla sinistra dalla preesistente Abbazia, con 18 celle e altri vani adibiti ad altri usi.
In seguito, Pompeo Pignatelli, Marchese di Paglieta e genero di Giambattista Gaetano (per aver sposato Violante) e zio di Hercole Pignatelli, ampliò il Convento facendo costruire l’ala destra (per chi guarda). Dopo di che il Convento ebbe la facciata simmetrica con la Chiesa in mezzo, il 4° dormitorio col relativo corridoio, 5 celle, un camerone adibito poi a bagno e stanze a pian terreno; ancora una stalla e un salone adibito a lanificio fino al 1841. Oggi lo stesso è usato come sala ricreativa per i ragazzi del paese.
Dopo l’ultimo ampliamento (non si sa da chi voluto) fatto verso il 1700 con l’aggiunta di 8 celle, il nostro Convento contava 42 vani, di cui 31 celle.
È da notare, che Giambattista Gaetano fu l’ultimo dei Gaetani padrone di S. Marco; e siccome allora i cognomi subivano flessioni nel numero, il cronista Padre Bernardino Latiano intese Gaetano come nome e credette opportuno aggiungere il cognome Pignatelli, mentre il cronista Padre Gabriele da Cerignola (- 1636) parlando della fondazione del nostro Convento, lo chiamò solo Giambattista Gaetano, come il Cerulli nella storia di Celenza. Ciò si legge anche a pag. 23 del “Convento dei F.M. Cappuccini di S. Marco la Catola” di Padre Tommaso da Morcone
Esso è il 16° convento dell’ordine della Provincia Monastica di Sant’Angelo.
Qui vissero frati di rare virtù e per essi è divenuto celebre.
Per primo voglio ricordare la luminosa figura del Servo di Dio Padre Giovanni da S. Severo, il quale, per dono di Dio vedeva nel futuro come nei cuori, per cui il peccatore non poteva nascondere le sue malefatte.
Nel celebrare la S. Messa veniva spesso rapito in estasi ed i presenti lo vedevano sollevare da terra e rimanere così sospeso per qualche tempo.
Qualche volta, una candida colomba, mentre celebrava, gli volava attorno per poi posarsi sul suo capo. Per questo era venerato dal popolo con crescente entusiasmo.
Egli però, nella sua grande modestia, cercava di nascondersi per evitare le occasioni di lode. I Superiori per esaudire la sua volontà gli permisero di celebrare la S. Messa in una remota Cappella del Convento.
Era dotato, inoltre, di particolari carismi. Tra i tanti, per brevità, ne ricordo solo alcuni: Francesco Caracciolo, Barone di Castel Pagano, avendo la moglie in fin di vita, mandò a chiamare Padre Giovani, residente in quel tempo a Morcone. Nell’entrare questi nel palazzo un servo gli disse: -Troppo tardi Padre, la signora sarà morta!-
-No non morirà per adesso- rispose il Padre.
Salito le scale, si accostò al letto della moribonda, si inginocchiò, pregò e la baronessa guarì.
Un cittadino di Morcone, fu appostato di notte, da alcuni nemici, che avevano deciso d’accopparlo. Ma questi, prima giungere sul posto dove era atteso dai malintenzionati, incontra Padre Giovanni, là presente per bilocazione, proprio per salvare il povero uomo da sicura morte. Questi avvertito dal frate, invece di proseguire tornò a casa.
Avanzato negli anni desiderava di essere destinato in un Convento più tranquillo per starsene più raccolto nella contemplazione.
Trasferito nel Convento di S. Marco, più silenzioso, circondato da boschi e dominante sulla valle della Catola - Fortore osservato il paesaggio coronato da un ondulato orizzonte, esclamò: “questo è il luogo del mio riposo, qui terminerò i miei giorni e rimarrò per secoli”.
Anche qui, l’ondata di luce mistica del pio Religioso varcò i confini di questo piccolo centro.
Padre Giovanni predisse la sua morte che avvenne il 5/4/1631, domenica di Passione.
Diffusa la notizia, tutti accorsero al Convento a venerare la sua salma esposta in Chiesa e nel compianto generale molte furono le lacrime e le preghiere, e viva la speranza della sua incessante intercessione.
Venne seppellito nel sepolcro riservato ai Religiosi, sito al lato sinistro del presbiterio della chiesa del Convento.
Qui visse pure P. Pio da Pietrelcina (Francesco Forgione, 25/5/1887 - 23/9/1968) conosciuto da tutto il mondo cristiano, per le sue virtù e doni elargiti da Dio. Vi fu studente, dalla metà di ottobre 1905 all’aprile del 1906. Durante la sua permanenza al Convento di S. Marco, in una sera di febbraio, mentre sul Coro stava a pregare con un suo confratello, ebbe la sensazione di trovarsi altrove. Con breve relazione egli descrive questo episodio: forse è stata la sua prima bilocazione.
Qui stette il 9 e 10 settembre 1907 per motivi di esame; poi da sacerdote dal 15 aprile al 13 maggio 1918.
La cella a lui assegnata era la n. 20, sulla cui porta tuttora si legge la sentenza: “Vale più il buon nome che i balsami preziosi e il dì della morte che il dì della nascita”.
Ci teneva a rimanere nel nostro Convento, ma perché affetto da bronco-alveolite con pericolo di aggravamento, dietro consiglio del medico Domenico Carissimi, il 13 Maggio fu trasferito a S. Giovanni Rotondo.
Più volte, il nostro Convento, fu sede del Capitolo Generale (suprema autorità dell'istituto religioso a norma delle Costituzioni).
Per la scomunica inflitta dal Papa PIO VII a Napoleone Bonaparte, Murat (re di Napoli, cognato e dipendente di Napoleone), decretò, il 25/4/1810, la soppressione degli Ordini religiosi.
Tra Conventi e Monasteri, ne furono chiusi più di 1100 e con essi, il 1811 anche il Convento di S. Marco. Ma, col ritorno del Re Ferdinando I di Borbone sul trono di Napoli (1815) nel 1818 venne riaperto al culto, in seguito al concordato di Terracina (16/2/1818 tra la corte Papale e il regno di Napoli).
Una nuova chiusura si ebbe nel gennaio 1867 in seguito al decreto del 7 luglio 1866, con la proclamazione di Roma Capitale d’Italia.
Dall’apertura fino al 1931, il nostro Convento fu sede di noviziato, studio teologico, collegio serafico e un fiorente studio di filosofia. Ma più importanza acquistò con Padre Benedetto Nardella di San Marco in Lamis (al secolo Gerardo Nardella)16/03/1872 – 22/07/1942) di famiglia qui dal 21/03/1903 fino al 18/09/1941.
Egli dal 1909 fino al 1919 rivestì la carica di Capo della Provincia Monastica. Per i suoi grandi meriti (grande oratore, maestro di scienze, di psicologia, autore di varie opere, lettore di filosofia, rinomato esorcista, scultore uscito da una scuola di Firenze prima di indossare il saio, profondo cultore in ogni campo e amante della poesia e della letteratura) coprì anche la carica di consigliere del Generale dell’Ordine Francescano residente a Roma.
In tutto il mondo cattolico i consiglieri erano soltanto tre.
Per volere dei Superiori Maggiori fu Padre spirituale al Collegio Internazionale a Roma. Fu anche il principale Direttore di Spirito di Padre Pio Forgione da Pietrelcina.
I Sammarchesi ancora oggi si rammaricano vedendo il progresso che la presenza di P. Pio ha apportato a San Giovanni Rotondo, il quale da modesto paese pastorale-agricolo è assurto al ruolo di un'espansa e moderna cittadina, nota a tutto il mondo, ed esclamano. “Ah, se P. Pio fosse rimasto a San Marco!...A quest'ora non sarebbe quello che è...Tutta la colpa è del dottore don Domenico Carissimi che lo fece partire”. E così via. Secondo essi P. Pio già stava al loro paese nel 1912 e qui avrebbe avuto le stimmate, e poiché il dottore Carissimi di Petrella Tifernina, sul Biferno, era molto influente per la sua professione, avrebbe avversato P. Pio perché questi attirava il sesso femminile giovane,vuoi con la direzione spirituale vuoi per la sua giovane avvenenza, venendo meno al Dottore ciò che più gli stavano a cuore: le giovani donne. In queste dicerie c'è qualcosa di vero nell'affermazione che il Carissimi, non sposato, abusava di qualche donna, da cui ebbe anche dei figli,ma per il resto sappiamo bene che era molto rispettoso verso i Frati del Convento, stimava molto Padre Benedetto Nardella da San Marco in Lamis, aveva stretto con lui un rapporto di amicizia e di collaborazione nelle arti belle, come la pittura, la scultura, la modellatura, la retorica, la musica. Inoltre P. Pio nel 1912 non era sicuramente a San Marco; le stimmate, che pur si ammette visibili antecedentemente di qualche anno, le ebbe a San Giovanni Rotondo nel settembre del 1918. Quindi è falso che il dottor Carissimi abbia fatto allontanare P. Pio, col pretesto che le sue “piaghe” erano “infettive”. Non ci è dato sapere se il giovane fra Pio agli inizi di ottobre del 1907, poiché esonerato dagli esami, venisse lo stesso a San Marco dal Convento di Sant'Elia a Pianisi assieme ai suoi compagni che dovevano essere esaminati davanti al Definitorio Provinciale. Ma questo avrebbe comportato solo pochi giorni di permanenza. Sappiamo però di certo che P. Pio dimorò al Convento di San Marco la Catola da dopo la metà di ottobre 1905 all'inizio di aprile 1906 per frequentare un anno di studio di Filosofia, siccome lo Studentato di Sant'Elia a Pianisi era inagibile per lavori di restauro. In quell'anno, naturalmente, il futuro “stimmatizzato”, fra Pio, passò quasi inosservato, poco distinguendosi dai suoi compagni di studio. Fu di nuovo a San Marco la Catola dal 15 di aprile al 13 di maggio 1918 unicamente per conferire con il suo padre spirituale, P. Benedetto Nardella da San Marco in Lamis, lo stesso che precedentemente aveva avuto Superiore e Lettore, e anche come confessore. P. Pio era già sacerdote da sette anni ed era abilitato ad esercitare il ministero nel sacramento della penitenza. Egli sentiva a volte il bisogno di una guida per poter ben guidare le coscienze altrui, oltre che la propria. Fu questo il vero movente che lo spinse a chiedere ai Superiori l'obbedienza di potersi recare a San Marco la Catola: ricercare in uno dei suoi maestri di spirito un valido sostegno nel dirigere le anime. E lo trovò. In questo breve tempo di dimora nel paese che il P. Benedetto aveva eletto come sua seconda patria, anche essendo ministro provinciale, quasi un'oasi tra tanti posti, il P. Pio ebbe a scrivere diverse lettere ai suoi confidenti. Nel Convento di San Marco la Catola se ne conservano otto. La prima la scrisse il 17 aprile alle sorelle Ventrella ( Vittorina, Elena-Maria e Filomena) di San Giovanni Rotondo; la seconda il 23 aprile a Erminia Gargani, sorella di Maria ( altra sua discepola incontrata proprio nel Convento di San Marco la Catola) di Morra Irpina (poi Morra De Sanctis provincia di Avellino); la terza alle stesse sorelle Ventrella il 1° maggio; la quarta il 3 maggio ad Antonietta Vona di Castrocielo (FR); la quinta alle medesime sorelle Ventrella il 5 maggio; la sesta a Rachelina Russo, di San Giovanni Rotondo, il 5 maggio; la settima a P. Agostino Daniele, da San Marco in Lamis, suo direttore di spirito, il 10 maggio, mentre egli era cappellano militare; l'ottava ed ultima il 13 maggio -giorno stesso della sua partenza- ad Assunta di Tommaso, sorella del cappuccino P. Paolino da Casacalenda. Nella lettera inviata a P. Agostino tre giorni prima del ritorno al Convento di San Giovanni Rotondo, così scriveva: “Il mio ritorno per San Giovanni è stato trasferito di giorno in giorno, non saprei se per volere del cielo, pressato da queste benedette anime, sempre mie cordialissime nemiche, oppure per volere di Satana. Questa mattina immancabilmente avrei dovuto partire, ma che volete? Si è riversato un temporale, non mai visto di questi tempi. Spero di partire lunedì, a Dio piacendo”. E tre giorni dopo poté finalmente partire. Fino a Lucera viaggiò o col carretto del Convento o con la carrozzella di pubblico servizio; da Lucera a Foggia facilmente col treno; da Foggia a San Giovanni Rotondo con l'automobile. Arrivò a San Giovanni il giorno 16; difatti una lettera scritta il 17 maggio alla devota Margherita Tresca di Barletta così si esprimeva: “Ieri mattina sono tornato da San Marco la Catola, dove sono stato per un mese intero per consultare, per ciò che spetta il mio spirito, il mio padre provinciale che è anche il mio direttore”. Malgrado tutto , P. Pio restò soddisfatto della sua permanenza a San Marco la Catola, tanto che in una sua lettera scritta il 17 maggio, a Erminia Gargani diceva: “Conto di farvi ritorno nel settembre e trattenermi lì per un lunghissimo mese”. Ma le cose andarono diversamente e non vi fece più ritorno. Resta evidente il fatto che dagli scritti di P. Pio non trapela nessun' avversione per San Marco, nessun accenno al medico Domenico Carissimi, per la cui salvezza dell'anima pregò quando il medesimo era in fin di vita. D'altra parte resta per noi un punto oscuro se e quante volte il Carissimi abbia visitato P. Pio, anche dando qualche valore a quanto è rimasto tra storia e leggenda nella “Voce del Popolo”.

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